cassandra

racconti dal piccolo pianeta blu

Temporeggiare



            F
renetiche le mie giornate
            Fatico a provare la noia
            Freme il desiderio di quiete

            Rubo minuti alla vita...
            Rincorro i giorni passati:
            Ripeto gli stessi errori

            Evado dalle contemplazioni
            Esprimo un desiderio...
            Esagero, scappando da questo

            Tipico atteggiamento,
            Timore di non essere lì:
            Tempo sin troppo prezioso

            Trepidante scappo di nuovo,
            Timidamente mi ribello
            Tessuto sociale in degrado

            Adesso ho imparato
            Ad assaporare la vita che scorre...
            Aspetta ancora un minuto
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"Ditero" è un bel lapsus tastierae (evoluzione della specie dal lapsus linguae al lapsus calami): ricorda un grazioso insetto che vola leggiadro sulle nostre discussioni (come il rock passava lento sulle nostre discussioni) ma allude comunque al dire, al parlare, all'usare un codice non banale; potrebbe anche essere un tubero dolce ma un po' asprigno da sbocconcellare alla fine di una lunga giornata; o (vedi tu) un guerriero malgascio dalle mansioni esclusivamente difensive che impedisce la penetrazione nel proprio territorio emettendo fastidiosissime flatulenze che scoraggino il potenziale invasore.

Nella volgare realtà, errata corrige e quel "ditero" va inteso per "dietro".

Sempre Luca sempre da Elogio dell'Entropia

Il piccolo pianeta blu si muove nello spazio col suo sovraccarico di litigiose scimmiette spelacchiate perdendo sempre di più la dimensione del trascendente (attenzione, non ho detto del divino...). L'attività intellettuale diventa ogni giorno di più uno spreco energetico ed un oggetto di scherno ed ilarità. Come scimmie implose in un grottesco ritorno ab ovo torniamo a comunicare attraverso il non verbale e disimpariamo ad usare la parola. O la usiamo pressochè esclusivamente come arma per demarcare la nostra diversità ed esprimere la nostra alterigia, non come un gradevole gioco per sfiorarci e conoscerci. Tanta è la paura della solitudine (e sotto sotto della morte) che ce la infliggiamo sdegnosamente da soli piuttosto di dover combatterla. Concludo con una citazione di una vecchia canzone del Banco del Mutuo Soccorso (Miserere alla Storia, 1972) "Quanta vita ha ancora il tuo intelletto se ditero a te scompare la tua razza?"

Luca da Elogio dell'Entropia

complimenti
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